L'Italia può uscire dall'Euro?

se in questi giorni le parole deficit, spread, Dpef riempono le prime pagine dei giornali possiamo anche dire che con loro crescono proporzionalmente le preoccupazioni degli investitori italiani.

Seppur ancora in corso il braccio di ferro tra governo italiano e Comunità Europea sulla portata della legge di bilancio e malgrado le incertezze valutative delle agenzie di Rating , proviamo a fare un po’ di chiarezza sulle voci che circolano con molta insistenza in questi giorni circa la possibilità che l’Italia possa abbandonare la Moneta Unica.


Dall’Euro l’Italia non può uscire se non uscendo anche dalla Unione Europea

La normativa


Come? Cambiando la Costituzione o attivando la procedura di recesso dall’Unione Europea

Un referendum sull’Euro non è ammesso. “L’euro è stato istituito nel solco del Trattato di Maastricht e l’articolo 75, secondo comma, della Costituzione vieta espressamente il referendum abrogativo sulle leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali”.


Per uscire della moneta unica l’unica strada sarebbe quella di modificare la Costituzione proprio all’articolo 75, ma sarebbe un passaggio che richiederebbe molti anni e maggioranze qualificate forti. Con la modifica della legge costituzionale si potrebbe chiedere il referendum sull’Euro, ma il principio costituzionale dovrebbe essere modificato per tutte le leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali.


La seconda strada per uscire dall’Euro è quella di uscire del tutto dall’Unione Europea, così come stanno facendo i britannici in seguito al referendum del maggio scorso, ma bisogna attivare l’articolo 50 del trattato sull’Unione Europea. E l’articolo 50 prevede infatti un “meccanismo di recesso volontario di un paese dalla Ue”. Il Paese che decide di recedere deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità di recesso di tale Paese. “Tale accordo è concluso a nome della Ue dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata forte previa approvazione del Parlamento europeo”.

Ma la strada seguita dalla Gran Bretagna (che non ha mai avuto l’ Euro), di indire in prima battuta un referendum sull’adesione o meno alla Ue e poi, in un secondo momento, eventualmente attivare l’art. 50, per l’Italia non è percorribile: non abbiamo questo tipo di referendum, non è nella nostra Costituzione. La possibilità di proporre un referendum propositivo, che era nella proposta di riforma, è stata bocciata il 4 dicembre. Quindi per uscire dalla Ue i proponenti dovrebbero ottenere un voto politico in Parlamento di segno contrario alla permanenza nell’Unione, che travolgerebbe anche la partecipazione alla Ue”.

Dunque anche questa strada appare lunga e complessa: serve una legge costituzionale, per la quale si deve raccogliere la maggioranza necessaria in Parlamento, per poi poter svolgere un referendum di indirizzo non vincolante. Se in quella occasione il popolo voterà contro la permanenza dell’Italia nell’Euro, il governo e il Parlamento potranno decidere di seguire l’orientamento così manifestato, ma a livello Comunitario non esiste nessun meccanismo per farlo senza uscire dalla Ue. Nella parte del TFUE che riguarda la politica monetaria e l’euro ci sono le disposizioni per entrare a far parte del gruppo degli Stati che adottano l’euro, ma non quelle per uscirne. Quindi l’unica procedura prevista dai Trattati europei è l’uscita dalla Ue in base all’art. 50 TFUE, quello che dovrà utilizzare la Gran Bretagna”.


In conclusione,

se dopo aver cambiato la Costituzione e aver svolto un referendum di indirizzo gli italiani scegliessero di uscire dall’euro, non potranno farlo se non abbandonando anche la Ue. Infine, per trovare altre strade, tipo revisione dei trattati o trattato ad hoc per l’uscita dell’Italia dall’Euro, occorre il consenso di tutti gli altri Stati della Ue, che devono concordare sul risultato e sui processi.

Ad oggi, nessun partito politico chiede l’uscita dell’Italia dall’Unione europea e dall’ Euro. Oltre ad essere tecnicamente “impossibile” comporterebbe il default tecnico dell’Italia, il blocco della liquidità (impossibilità di pagare pensioni, sanità, PA, scuola, etc) e la fuga dei capitali.


In ogni caso, una delle soluzioni più efficienti per i clienti più preoccupati non è di spostare i capitali all’estero  ma quella di investire nelle SICAV lussemburghesi. Il valore della quota (NAV) dei comparti della SICAV continuerebbe ad essere denominato nella valuta del fondo (EUR, USD CHF, etc). 

Con l’eventuale rimborso presso una banca italiana il cliente riceverebbe l’importo convertito nella nuova divisa nazionale